Perché affiancare un mito universale come quello
di Atlantide alla Storia della
Sardegna?
Forse non ci sono prove evidenti della grandiosità di un popolo
che vivendo nel II° millennio a.C. riuscì a lasciare tracce
del suo passato non solo in maniera numericamente consistente ed indelebile
sul proprio territorio, ma anche in aree tra loro molto distanti: dall’area
cipriota, all’Africa Meridionale, all’isola Britannica,
all’Egitto?
Forse che edificando costruzioni di difesa così imponenti (che
verranno riprodotte solo nel Medioevo) ed utilizzando strumenti di navigazione
che renderanno - a distanza di svariati secoli - i cartaginesi dei dominatori
dei mari, essi non hanno dato dimostrazione di grandi capacità
innovative?
Forse che l’importanza dei materiali emersi dalle nuove scoperte
archeologiche non sono sufficienti a ridare centralità all’isola
nel panorama della preistoria del Mediterraneo?
La risposta a queste domande sta probabilmente in poche parole: le leggende
“devono” affondare le loro radici nelle vicende della vita
di un tempo passato.
Pertanto analizzando ed in qualche modo interpretando le saghe dei tempi
antichi, si deve cercare di trovare le chiavi di interpretazione dei
segni materiali lasciati sulla terra dalle civiltà passate.
Nella Grecia del periodo ellenico vi era tutta una
tradizione storica di racconti (indicanti un’origine comune degli
abitanti le coste africane, italiane - e del mare occidentale in generale
- nell’era neolitica, caratterizzati dalla predisposizione per
la costruzione di torri arroccate nelle alture) che parlavano di un
movimento di ritorno verso Est di questi popoli, detti tirreni proprio
perché costruttori di torri; popoli appartenenti ad un’antica
stirpe abitante le coste del Mediterraneo. Tali racconti li descrivevano
come valorosi guerrieri, perché – vivendo tra genti bellicose
– erano abituati alle imprese rischiose ed erano esperti nella
navigazione; questo, fino a quando numerose migrazioni determinarono
la dispersione della loro stirpe in più regioni.
Dionigi disse che “questo popolo tirreno raggiunse una considerevole
e rapida prosperità, progredendo per sviluppo demografico, ricchezza
ed ogni altro successo. Di ciò tuttavia essi non usufruirono
per lungo tempo; proprio quando pareva che avessero raggiunto la massima
fioritura furono fatti segno di certe collere divine, altri furono distrutti
da barbari confinanti. I più si dispersero in altre terre, pochi
rimasero in Italia”.
La fase precedente l’avvento della civiltà nuragica fu
caratterizzata da un periodo di transizione (detto Calcolitico, 2500-1800
a.C.), che vide il passaggio dalle civiltà matriarcali del Neolitico
a quelle guerriere dell’Età del Bronzo e dove si ebbe un
arresto di quel flusso di propagazione culturale che – fino ad
allora - da Oriente si era diffuso verso la parte Occidentale del Mediterraneo
(forse proprio a causa dell’accresciuta bellicosità –
e dunque pericolosità – di queste popolazioni), permettendo
in tal modo l’affermarsi di varianti tipicamente locali.
Col Bronzo antico (1800-1500 a.C.) nel Mediterraneo riprese un flusso
di immigrazione che - provenendo dall’area Egeo-anatolica - sortì
un effetto di impulso alle economie del bacino occidentale, fornendo
degli apporti culturali innovativi.
Tali influssi in Sardegna vennero reinterpretati e la civiltà
nuragica che derivò da questi mutamenti post-Neolitici è
da considerare prettamente locale (seppure con forti legami –
culturali, ma anche linguistici – con le terre sorelle della Corsica,
Baleari e Paesi Baschi), con un’etnia estremamente omogenea (da
un punto di vista spirituale, materiale, ideale, ma anche genetico)
capace di diffondere su tutto il territorio isolano una cultura predominante,
una cultura ascrivibile al contesto occidentale del Mediterraneo, espressiva
di quel megalitismo che ci consegna ancora ai giorni nostri degli esempi
della più alte capacità architettoniche dell’uomo
preistorico, simboli della potenza di quel popolo e frutto dell’ingegno
di quel popolo, diversamente da quanto le cronache antiche ci hanno
fatto a lungo credere.
Non dunque costruzioni sorte su modello “orientale”, in
quanto le Tholoi Micenee sorsero in un secondo momento ed in numero
certamente molto inferiore rispetto alle torri nuragiche, ma evoluzione
di architetture megalitiche a “corridoio” precedentemente
sperimentate non solo in Sardegna ma anche in altre isole “occidentali”
come Pantelleria e le Baleari, mentre in Corsica sorsero delle strutture
più simili ai nuraghi in senso stretto, ma in genere prive dell’innovativa
copertura a tholos, presente invece nelle coeve torri nuragiche.
Dal punto di vista “politico” l’isola
risultava invece divisa, vi erano delle suddivisioni cantonali legate
alla conformazione del territorio; da fonti scritte si sa che addirittura
fino all’arrivo dei dominatori Romani, le popolazioni protosarde
continuavano ad avere denominazioni differenti a seconda dei cantoni
di appartenenza e per confermare l’influenza che ha avuto l’orografia
dell’isola sugli abitanti della Sardegna ancora oggi vi sono dialetti
della lingua sarda che - seppure abbiano una terminologia con radici
identiche – si differenziano a livello cantonale per la pronuncia.
Nel Bronzo Medio tali cantoni presentavano una difesa militare delle
terre attraverso una diffusa rete di torri nuragiche, simbolo del potere
delle comunità (organizzate in tribù) e di una civiltà
guerriera, testimoniata dall’ampio armamentario ritrovato, dalle
raffigurazioni dei bronzetti e dall’imponente diffusione di nuraghi
stessi.
Poseidone divise l’isola in dieci parti;
al primogenito assegnò la dimora materna e tutto il lotto di
terra intorno che era il più vasto e migliore e lo fece re di
tutti gli altri. A tutti i figli diede un nome, il maggiore ebbe il
nome che è poi servito a designare tutta l’isola ed il
mare, che si chiama Atlantico, perché il nome di quel re fu appunto
Atlante. Gli altri fratelli ed i loro discendenti abitarono il paese
per parecchie generazioni,dominando anche su un gran numero di isole
sparse in quel mare ed estendendo il loro impero sulle regioni al di
qua delle Colonne d’Ercole, fino all’Egitto ed alla Tirrenia.
In questa isola vi era una grande e mirabile
potenza regale che possedeva l’intera isola e molte altre isole
e parti del continente. Inoltre dominavano al di qua dello stretto le
regioni della Libia fino all’Egitto e dell’Europa fino alla
Tirrenia. Tutta questa potenza unitasi insieme tentò - in una
volta sola - di sottomettere tutte le regioni che stanno al di qua dello
Stretto. Atene apparve eroica per virtù e vigore a tutte le genti.
Infatti, superando ogni altro per forza d’animo ed in tutte quelle
arti che servono in guerra (dopo aver affrontato estremi pericoli, anche
quando gli altri greci defezionarono) vinse gli invasori.
Essendosi verificati terribili terremoti e cataclismi – nel corso
di un giorno e di una brutta notte - tutto il complesso dei vostri guerrieri
ateniesi di colpo sprofondò sotto terra e l’Isola di Atlantide
allo stesso modo scomparve sommersa dal mare. Per questo quel mare è
diventato impercorribile, non attraversabile, essendo di impedimento
notevole i bassifondi fangosi che produsse l’isola sprofondando.
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meno pregiato?
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